
Pochi tra i poeti svedesi hanno ricevuto le lodi tributate a Carl Michael Bellman. Nella sua celebre ode per il cinquantenario dell’Accademia di Svezia (1836), lo scrittore Esaias Tegnér lo definiva già “il più grande poeta che il Nord Europa abbia mai partorito” (“den störste sångarns bild som Norden bar”) – dove il termine “bild” (“immagine”, qui “figura”) era stato mutuato dallo stesso Bellman.
D’altro canto, la sua figura non ha mancato di dividere. Bellman è giunto infatti ad incarnare l’ubriachezza e l’immoralità, e gli studiosi si sono battuti strenuamente sul senso da attribuire a vari stilemi peculiari dei suoi versi. Comunque sia, tra centinaia di scrittori defunti, Bellman è oggi probabilmente il più vivo.
La nostra epoca non è smaccatamente interessata a eleggere poeti nazionali; resta però pacifico che, in Svezia, Bellman sia stato e sia un candidato di ferro a questo titolo.
La sua popolarità ha raggiunto presto nazioni confinanti come la Danimarca e la Finlandia, ma ha trovato anche numerosi estimatori nel resto del Nord e in Germania, nonché in Russia e in molti altri paesi. In forma tradotta, i suoi canti conoscono una crescente diffusione mondiale.
Questo saggio su Bellman intende fornire una breve introduzione alla sua vita e alla sua opera, nella speranza di ispirare letture di approfondimento.
Quanto alla biografia di Bellman, si segnalano due opere di particolare interesse: il testo di Paul Britten Austin, Carl Michael Bellman. Genius of the Swedish Rococo (Malmö 1967) [in traduzione svedese: Carl Michael Bellman. Hans liv, hans miljö, hans verk, trad. Gun e Nils A. Bengtsson, Malmö, 1970] e quello di Lars Huldén, Carl Michael Bellman, Stockholm, 1994. Una buona introduzione generale all’opera di Bellman è quella offerta da Lars Lönnroth in Ljuva karneval! Om Carl Michael Bellmans diktning, Stockholm, 2005.
I nostri "Consigli per la lettura" riportano i titoli di altri libri e articoli dedicati al nostro poeta ed al suo tempo.
Quanto segue è stato scritto per la pagina web dell’Associazione di Bellman e si basa principalmente sulla biografia di Lars Huldén. Chi intenda avvalersi di stralci del presente testo è pregato di citare i seguenti dati bibliografici: Huldén, Lars & Nell, Jennie, Carl Michael Bellmans liv och verk. En minibiografi, www.bellman.org/biografi
La famiglia
La famiglia di Bellman si stabilì a Stoccolma su iniziativa del sarto Martin Casten Bellman, che intorno al 1660 emigrò dai dintorni di Brema, a quel tempo territorio svedese.
Martin Casten sposò Barbara Klein, figlia di un altro sarto tedesco. Dei nove figli della coppia, Johan Arndt (1663 – 1709) divenne professore di retorica latina all’università di Uppsala, ricoprendo inoltre i ruoli di decano e rettore universitario. Portato per la musica, suonò la cetra oggi conservata presso il museo della città di Stoccolma (Stockholms Stadsmuseum) e utilizzata per le proprie esercitazioni anche dal nipote Carl Michael. Lo strumento fu acquistato a Roma, come attestano alcuni documenti, durante un viaggio di formazione che il futuro professore intraprese come aio.
Johan Arndt Bellman era sposato con Katarina Elisabet Daurer (1687 – 1709), anch’ella d’origine tedesca. I coniugi ebbero tre figli, il più giovane dei quali, Johan Arndt (1707 – 65), sarebbe stato padre del poeta. Da giovane il fratello Martin si recò in Spagna, dove convolò a ricche nozze e divenne console di Svezia a Cadice. Nel 1709, alla morte di entrambi i genitori, i tre fratelli furono affidati alle cure dei nonni materni. La moglie dell’assessore Daurer morì nel 1743, vivendo abbastanza da poter tenere a battesimo il futuro poeta, Carl Michael, che nacque proprio nella sua casa di Hornsgatan.
Johan Arndt figlio divenne un funzionario dello Stato. La sua carriera procedette per gradi, a suo giudizio troppo lenti, fino ad assicurargli un posto da segretario presso la cancelleria del Palazzo Reale. Come di consueto, la sua formazione contemplò un soggiorno di vari anni in Germania. Nella cerchia della famiglia Bellman, il tedesco era infatti una lingua di uso corrente.
Nel 1738 Johan sposò Katarina Hermonia (1717 – 1765), figlia del pastore della parrocchia di Maria, Michael Hermonius (1680 – 1749), nato in Dalecarlia, e di sua moglie Kristina Arosell (1689 circa – 1752), originaria di Västerås.
I coniugi Bellman ebbero parecchi figli. Nella sua autobiografia, lo scrittore parla di ventuno nascite – si tratta senz’altro di un’esagerazione, ma quindici almeno sono documentate. Carl Michael era il più grande. Nel 1765 almeno otto di questi bambini erano ancora in vita.
Le frequentazioni della famiglia Bellman annoveravano anche qualche aristocratico, ma soprattutto importanti membri della borghesia. Si possono citare i nomi di C. A. Rosenadler, Hedvig Charlotta Nordenflycht, Anders Lissander e Abraham Sahlstedt. Tra i suoi consiglieri, Bellman cita anche il “grande Dalin”. Grazie a Rosenadler, Bellman fu nominato – ne dà notizia egli stesso – “ämnesven” (“membro junior”) dell’Accademia delle Scienze. Dai registri dell’accademia il suo nome è tuttavia assente.
Negli anni della gioventù, il Nostro era anche solito incontrarsi con altri poeti, fra i quali Samuel Tilas, Olof Kexéle e Johan Gabriel Oxenstierna.
L’educazione
Carl Michael Bellman (4/2 1740 – 11/2 1795) ricevette un’educazione accurata e costosa. Iniziò come privatista nella scuola di Maria, ma, dal 1754, ebbe un precettore privato: Claes Ludvig Ennes (1727 – 91), originario della Scania e professore a Lund nel 1751. Ennes concluse la sua esistenza terrena come prete in una parrocchia della Scania, probabilmente raccomandato dallo stesso Bellman. Carl Michael fu introdotto da Ennes, tra l’altro, all’arte di scrivere in diverse lingue moderne (tedesco, francese, inglese e italiano) oltre che in latino, nonché allo studio della retorica e dell’emblematica, della poesia salmodica, della prosa religiosa, della musica, della metrica e della composizione in versi. È probabile che il padre nutrisse grandi ambizioni per il primogenito. La generazione passata vantava già, in effetti, un esempio di carriera pubblica di successo: quello di Johan Arndt padre.
La mancanza di mezzi sufficienti negò in ogni modo agli altri figli un’educazione altrettanto scrupolosa.
Sotto la guida di Ennes, Bellman si cimentò in traduzioni alquanto ostiche, come quella approdata nelle Evangeliska dödstankar (Meditazioni evangeliche sulla morte) a partire dagli Evangelische Todesgedanken di David von Schweidnitz – raccolta comprendente anche alcuni sonetti di argomento spirituale – e il testo di pedagogia morale Instruction morale d’un père à son fils qui part pour un long voyage di Philippe Sylvestre Du Fours. Entrambe le traduzioni furono pubblicate nel 1757. Nel 1758 vide poi la luce la prima opera originale di Bellman: Tankar om flickors ostadighet (Pensieri sull’incostanza delle fanciulle). Nel 1760 le fece seguito la satira politica Månan (La Luna), una composizione poetica di maggior respiro, che, nelle sue sessantasette ottave, non lesina commenti mordaci su vicende di attualità come la guerra in Pomerania, il passaggio della cometa di Halley e il movimento religioso dell’ernutismo. Per i posteri di Bellman, cogliere tutte le allusioni al mondo contemporaneo non è certo impresa facile. A scanso di problemi con le autorità e con la censura, Bellman colloca comunque gli avvenimenti sulla luna e li narra come in sogno, ricorrendo così ad un comune espediente poetico che lo solleva da ogni responsabilità in merito al controverso contenuto dei testi. Nel resto della sua produzione artistica, la critica sociale di Bellman troverà di rado così chiara espressione.
La carriera pubblica
Il 3 novembre 1758 Bellman fu iscritto alla ‘nazione’ di Stoccolma (una sorta di associazione studentesca) dell’università di Uppsala. Nel dicembre dell’anno precedente era stato assunto in prova alla Banca Nazionale Svedese, dove fece ritorno nel giugno del 1759, come impiegato senza retribuzione fissa. Benché memore di studi verosimilmente non troppo approfonditi, il ricordo del periodo universitario trascorso ad Uppsala riaffiora nel canto di Fredman n. 28, Movitz skulle bli student (Ad Uppsala volge già):
Ad Uppsala volge già Fa il misantropo, ma qual
Il corso – ma “studiorum”, Papavero rosseggia,
Movitz, che biasciando va, Di cervogia ha un gran boccal,
Novello, il “latinorum”. Su “amo” latineggia;
“ ‘Dedi’?... ‘do’!” E, nel ber,
Si stillò, Quel pensier
Goffo, il comprendonio; Dell’amor lo striglia;
Scuro a nolo, si scolò Movitz sgombra ed il sentier,
La birra di Chironio. Dal dotto scranno piglia.
Nel corso dei suoi viaggi a Uppsala, Bellman era solito sostare alla locanda di Rotebro, dalla quale trasse spunti per la sua opera teatrale Mantalsskrifningen (L’iscrizione all’anagrafe). L’andirivieni brulicante dei viaggiatori, la parlata upplandese di contadini e fattori – compresa, forse, la tempesta di neve narrata nell’opera – recano memoria dei suoi viaggi. Così, almeno, ci piace immaginare...
Il periodo di attività presso la banca durò in tutto quattro anni, durante i quali il lavoro non fu certo l’unico pensiero di Bellman, attratto nel vortice di una sfavillante vita mondana, rallegrata da balli, farse in costume e feste in maschera. Fu in tale cornice che il suo talento di artista e cantautore ebbe modo di emergere.
Ma tanta baldoria costava, e allo sperpero contribuì il malvezzo dei rampolli gaudenti di farsi credito l’uno l’altro quando restavano a secco. Nella primavera del 1763 il fallimento in cui incorse segnò per Bellman la fine della carriera bancaria. Si stima che, nel 1763, i debiti di Bellman fossero pari al reddito riscosso in vent’anni da un lavoratore della sua fascia di stipendio. Si trattò di una colossale disfatta finanziaria, di una catastrofe che travolse l’intera famiglia, spingendo Bellman, come tanti altri debitori insolventi, a un passo dalla detenzione. Un espediente piuttosto comune per sfuggire a questo destino era allora la fuga all’estero, di norma in Norvegia, da dove era possibile ottenere un salvacondotto e, con esso, il diritto di rimpatrio – per appianare i conti senza alcuna rivalsa delle autorità. Nel caso di Bellman, un’ulteriore complicazione era rappresentata da quanto segue: simili questioni erano di competenza della segreteria di Palazzo Reale, allora occupata dal padre di Carl Michael, che rinunciò al proprio incarico. La casa di Hornsgatan, già in precedenza sotto ipoteca, dovette essere venduta. Johan Arndt Bellman e la moglie ottennero il permesso di stabilirsi a Vårdinge, diversi chilometri a Sud di Stoccolma, presso una tenuta. Quest’ultima era però in rovina, e i coniugi Bellman non disponevano di risorse economiche per ristrutturarla. I genitori di Carl morirono entrambi nel 1765.
Ma Bellman riparò mai in Norvegia? Fuor di dubbio è che il salvacondotto gli fu concesso sulla base di un atto del sindaco di Fredrikshald, Larsen, da cui risulta che un individuo qualificatosi come “Carl Jansen Bellman” sarebbe comparso dinanzi all’autorità municipale. Ma, a quanto pare, nessuna documentazione era stata esibita. Il divieto di mobilità impostogli entrava in vigore il 1° agosto, rendendo praticamente impossibile a Bellman ottenere un passaporto. In seguito, Bellman non fa parola di un viaggio in Norvegia, né nel carteggio giunto a noi, né nelle rime. Ciò ha messo in forse l’attendibilità stessa di un simile spostamento. La bancarotta fu comunque un’esperienza traumatica, con probabili ripercussioni e sull’uomo e sul poeta.
Dopo un periodo trascorso dai genitori in campagna, nella casa in cui si erano trasferiti, il capo dell’Ufficio manifatture, Anders Lissander, amico di famiglia, rimediò per Bellman un nuovo posto presso di sé. L’attività fu chiusa dopo appena un paio d’anni, ma Bellman passò subito, come funzionario esterno, all’Ufficio Generale delle Dogane. Anche questo impiego fu revocato, ma Bellman poté tenersi lo stipendio, in effetti tutt’altro che lauto.
Il definitivo inquadramento sociale giunse solo nel 1776, con il rango di segretario della Lotteria Nazionale, istituita tre anni prima da Gustavo III. Lo stipendio non era affatto pessimo, ma, a quanto si dice, Bellman lo avrebbe dimezzato subappaltando pro tempore, per metà dello stipendio, quell’incarico che tuttavia mantenne fino alla morte. Egli poteva adesso fregiarsi del titolo di ”Kungl. Hof-Secreterare” (Segretario della Corte Regia), atto a spalancargli le porte di più di un salotto fra i più scelti. Dal 1771 il suo attivismo giunse a toccare la politica stoccolmese, cui prese parte come notaio aggiunto della classe agricola.
La vita privata
Bellman non era l’incarnazione del così detto “buon partito”. La bancarotta non era certo sfuggita alle male lingue e, per chi avesse figlie in età da marito, gli insuccessi di un’economia sempre in bilico, a fronte dei successi nel mondo effimero dell’intrattenimento, invitavano a tenerlo alla larga. Nella propria autobiografia, confessa egli stesso di essere sempre “andato pazzo per le donne” – sebbene l’espressione non vada presa necessariamente alla lettera.
Passava il tempo e, ormai trentasettenne, Bellman decise che era ora di metter su famiglia. Ma, in effetti, a decidere furono le smanie matrimoniali imposte con testardaggine dalla ventiduenne Lovisa Grönlund. Le partecipazioni furono affisse, probabilmente all’insaputa dei genitori, nel distretto parrocchiale di Ed, dove la sposa era rimasta un periodo. Il 19 dicembre, Bellman e Lovisa Grönlund si unirono in matrimonio nella sacrestia della chiesa di Klara, a Stoccolma. La vigilia di Natale, il padre della sposa registrava presso le autorità un certificato nuziale che sanciva la divisione dei beni. L’espediente metteva almeno in salvo la dote di Lovisa. Se Bellman aveva potuto accarezzare l’idea di accasarsi era perché disponeva finalmente di un impiego stabile da segretario presso la Lotteria Nazionale, cui si aggiungeva – con annesso avanzamento di status – il titolo di Segretario della Corte Reale.
Ormai sposato e padre di famiglia, Bellman passò evidentemente a rammendare il proprio buon nome di borghese. Si accinse quindi alla stesura di uno dei suoi capolavori, Bacchi Tempel (Il Tempio di Bacco, 1783), che, sul piano letterario, non lo promosse peraltro più di tanto. Pubblicò poesie religiose (nel 1781 e nel 1787), ma accantonò quasi del tutto l’idea delle Epistole, pur tentando a più riprese di editarne la raccolta. Frattanto, l’economia familiare continuava a languire.
I coniugi Bellman ebbero quattro figli: Gustav (nato nel 1781), Elis (nato nel 1785), Karl (nato nel 1787) e Adolf (nato nel 1790). Elis morì lo stesso anno in cui Karl vide la luce, a poca distanza dalla nascita del fratello. Il lutto è all’origine della famosa ninnananna Lille Charles sov sött i frid (Charles mio, quieto dormi ben) scritta per il piccolo Karl l’8 agosto del 1787, tuttora cantata in diverse versioni popolari. Gustav si arruolò nei dragoni all’età di quattordici anni, ma lasciò la Svezia e cadde nelle guerre napoleoniche. Karl s’imbarcò senza lasciare traccia, travolto da sorte sconosciuta. Adolf restò a Stoccolma e divenne mercante di seta; si sposò ma non ebbe figli e neanche lui raggiunse la vecchiaia. L’ultima parte della sua vita fu segnata da turbe psichiche che lo condussero in un manicomio a Djurgården, dove annegò nel 1834. Portato per la musica, partecipò sovente come membro ufficiale alle riunioni della Bellmanska sällskapet (Società Bellmaniana). La biografia del padre, cui si era accinto a più riprese, restò lettera morta in fase di abbozzo.
Il matrimonio di Bellman con Lovisa durò diciotto anni. A 52 anni dalla scomparsa del marito, la vedova lo raggiunse nel 1847. Per Daniel Amadeus Atterbom ed altri ammiratori di Bellman si recavano sovente a farle visita, catturati dalla personalità della donna. Sulla sua vita accanto a Bellman, sembra però che ella sia sempre stata alquanto reticente. Aiuti e vitalizi forniti fra l’altro dalla società Par Bricole le consentirono comunque di concludere i suoi giorni senza troppi crucci.
La poesia giovanile
Le poesie composte in gioventù da Bellman, negli anni Sessanta del Settecento, occupano due volumi della Standardupplaga (l’edizione normativa dell’opera omnia di Bellman), annoverando in tutto quasi trecento testi. Si tratta perlopiù di inni libatori, sorti per rallegare feste ben annaffiate. Possono essere ripartite in vari gruppi, comprendendo, fra l’altro, poesie di genere come De fyra ståndens sätt att fria (L’arte di corteggiare nei quattro stati) e la canzone Gamla Annika från fattighuset (La vecchia Annika dell’ospizio dei poveri). Si può supporre che i ruoli fossero interpretati da Bellman in persona. Numerose canzoni rivestono il dio Bacco dei panni più disparati, presentandolo ora come mendicante o cicisbeo, ora come avvocato, bottaio e quant’altro.
Una nutrita serie di testi mette in scena personaggi dell’Antico Testamento: da Adamo, Eva, Caino e Abele fino ad Abramo, Sara, Noè, Giuditta, Giacomo in Babilonia ed altri ancora. Simili canzoni suscitarono gli strali del clero, poiché trattavano in maniera non troppo rispettosa figure consacrate nella Bibbia. In forma più o meno sobria, il genere rappresentato da canzoni e parodie ispirate all’Antico Testamento fioriva da lungo tempo in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Germania. Si è ipotizzato che le canzoni bibliche di Bellman fungessero da intrattenimento in occasione dei matrimoni. Se lo sposo si chiamava Josef, veniva ad esempio naturale interpretare una canzone sui rapporti tra Giuseppe e la moglie di Putifarre (1 Mos 39). Noè si prestava senza dubbio come protagonista di una chanson à boire, per la sua fama di primo personaggio che, nella nella Bibbia, si ubriaca di vino (1 Mos 9). Venerati patriarchi e maggiorenti dell’Antico Testamento vengono spinti da Bellman “giù dal piedistallo” – in un atto che, forse, li umanizza. Fra tali prove, la più nota è probabilmente Gubben Noak (Babbo Noè), uscita a Lund in edizione popolare nel 1767 e destinata ad attirarsi la vibrata risposta dell’arcivescovo locale, che emise un atto volto nei propri intenti al ritiro e alla distruzione sia di questo canto di Bellman sia di altri ad esso assimilabili.
Si tratta di composizioni di notevole rilievo, poiché vi si scorgono i prodromi delle Epistole di Fredman, in cui Bellman prenderà le mosse dal Nuovo Testamento. Il contesto esecutivo delle poesie giovanili dovette senz’altro coincidere, non da ultimo, con quello destinatario delle liriche concepite per l’Ordine.
Le liriche sull’Ordine
Negli anni ’60 del XVIII secolo, la vita mondana stoccolmese riservava un posto d’onore agli ordini costituiti in società – fra cui spiccavano, ad esempio, quello dei Massoni, la Loggia Coldin di Arla, l’Ordine dei Falegnami e diversi altri. È il periodo in cui torna in vita anche l’ordine dell’Amaranto, fondato dalla Regina Cristina. La vetta di questa piramide era occupata dall’Ordine Cavalleresco dei Massoni, mentre i ranghi più bassi spettavano alle associazioni borghesi e ai circoli privati, dove si discuteva di politica e letteratura o si coltivavano a bell’agio altri interessi. Presso le società, l’interscambio procedeva perlopiù in forme ritualizzate e gerarchiche.
Versatile artista, Bellman era membro di varie associazioni. Il caustico piglio delle parodie bibliche in rima calzava a pennello allo spirito degli Ordini, paludati in un solenne cerimoniale. Bellman ideò allora un ordine fittizio, i cui membri erano tutti bevitori incalliti. Gli statuti negavano l’affiliazione al Bacchi Orden (Ordine di Bacco) a chi non fosse crollato almeno due volte sul ciglio della strada, sfinito dalla sbornia. Nel capitolo dell’ordine – così si chiamvano le sedute – il talento comico di Bellman si esprimeva al meglio, dandogli modo di esibire una singolare abilità nel riprodurre vari strumenti. Scenario della prima seduta fu probabilmente casa Lissander, dove l’incontro ebbe luogo nel 1766. La notizia è riportata dal poeta Johan Gabriel Oxenstierna, che, in data 4 dicembre 1769, così annota sul proprio diario:
Bergklint e Kexel si presentarono a me, e mi persuasero a seguitarli dal Commissario Lissander, per ivi assistere alle virtù di Bellman. Mi giunsi a loro, e posso dire di non aver mai riso in vita mia sì tanto come in questa sera. Bellman ha fondato un ordine a onore di Bacco, nel qual niuno è accolto che non sia apparso sotto gl’occhi di tutti riverso a terra sullo sgrondo, due volte almanco. Tal fiata, regge egli stesso la sessione, e assegna titoli di cavaliere, come s’addice a’ meriti del caso. Questa sera, s’è qui profuso nell’elogio funebre d’un defunto cavaliere – e tutto in versi, su brani d’opera. Canta egli stesso, e s’accompagna sulla cetra.
All’inizio sembra che queste rappresentazioni per l’Ordine fossero interpretate dal solo Bellman. Si trattava di brevi canzoni con inserti dialogati. I testi scritti dopo il 1769 sono composti da parti più lunghe, cesellate in versi alessandrini e corredate da particolari istruzioni di scena, sfilate e cori che dovevano coinvolgere più attori. Tutti i capitoli rappresentano comunque, invariabilmente, un incontro dell’Ordine di Bacco. I cavalieri dell’Ordine (Jensen, Trundman, Glock, Lundholm ecc.) erano noti all’epoca come assidui frequentatori delle taverne di Stoccolma. La mole di testi poetici dedicati all’Ordine continua a crescere fino al 1771, data a partire dalla quale tale produzione subisce una battuta d’arresto, sia perché Bellman è ormai assorbito dalle Epistole di Fredman sia perché mira ad affermarsi come poeta di corte, sotto l’egida di re Gustavo III.
L’apice della poesia consacrata all’Ordine è raggiunto però con l’opera Bacchi Tempel öpnadt vid en Hjeltes död (L’apertura del Tempio di Bacco in occasione della morte di un Eroe), pubblicata con ricche illustrazioni nel 1783. Frutto di cure scrupolosissime, fra le fatiche letterarie edite da Bellman è infatti, senz’altro, la più estesa.
Elementi di mitologia antica e cristiana accompagnano le gesta di beoni svedesi, anche non di Stoccolma, a comporre un quadro alquanto bizzarro che, sospeso fra il dotto e il burlesco, assume i tratti di una delle più sorprendenti opere letterarie mai scritte in Svezia. Affiorano qua e là momenti di speciale lirismo, tuttora annoverati fra i canti bellmaniani di più frequente esecuzione – si pensi a Böljan sig mindre rör (Più lento il flutto va) , Bort allt hvad oror gör (Bando a quel che pena dà) och Hvem är som ej vår Broder minns (Chi non memora il fratello). L’azione ruota intorno al tempio di Bacco, che si staglia su un’isola dai sentori arcadici. Il paesaggio svedese si contamina di tinte classiche, bucoliche ed esoticheggianti che, accanto agli abeti e alle cornacchie, arrivano a contemplare mandorli e pappagalli. Il racconto prende spunto dai preparativi di una cerimonia in memoria di Movitz, caro estinto. All’evento sono invitati gli adoratori di Bacco accorsi dalle varie bettole di Stoccolma. La grande sacerdotessa Ulla Winblad reca in grembo l’erede del defunto Movitz. L’ossatura della trama poggia su stralci narrativi analettici ed encomi tributati a Movitz – con esequie funebri ed annessi. Chiude la storia la nascita di un nuovo Movitz, che Ulla dà alla luce trasformando ogni dolore in gaudio, brindisi e giubilo.
Il testo prese forma da un elogio funebre che, concepito per Movitz, fu abbozzato da Bellman poco prima del 1779, per subire cospicue revisioni all’inizio del decennio successivo. Tali rimaneggiamenti contemplarono, fra l’altro, l’aggiunta di soavi versi celebranti l’incanto della natura nell’“aulico” metro alessandrino e impreziositi da estesi dialoghi ed arie polifoniche. L’intervento di artisti quali i fratelli Elias e Johan Fredrik Martin, amici di Bellman, corredò l’opera di illustrazioni.
Si trattava di un progetto molto ambizioso, presentato da Bellman nel 1782 sul periodico Stockholms Posten, che recita testualmente – come si evince appunto dall’annuncio: “Ricevetti da amici e amanti delle Lettere impulso e sprone a consegnare alle stampe un’opera da me composta, d’impronta Poetica, Comica e Musicale, sotto il titolo di Tempio di Bacco; [...] L’opera mentovata vanta Vignette ed Incisioni tratte su rame dalla mano di segnalatissimi Maestri Svedesi, ed eziandio note, del pari impresse su rame vivo”.
Con Il Tempio di Bacco, l’ambizione di Bellman era probabilmente quella di assurgere finalmente alla cerchia dei poeti riconosciuti e di fama. Bellman lottò infatti tutta la vita per scuotersi di dosso l’etichetta di poeta bacchico e leggero impostagli fin da giovane. L’opera fu favorevolmente recensita sull’autorevole rivista Svenska Parnassen, alla quale collaborava l’élite dei poeti gustaviani. Ma le speranze di conquistare un posto nel Parnaso letterario svedese restarono inadempiute. Agli occhi dei contemporanei, Bellman rimase appunto un poeta “sui generis”.
La poesia religiosa
Accanto alla traduzione di opere devozionali e ad esercizi di stile, sia in gioventù che negli anni successivi Bellman fu autore di testi religiosi in rima, che videro la luce in sincronia quasi perfetta con le poesie bacchiche, perlopiù negli anni Settanta del Settecento. Fra le due attività, lo scrittore non sembra aver percepito alcun conflitto. Nel 1763 collaborò all’edizione del libro dei salmi con il testo Fader, omsorg haf om mig (Padre, abbi pietà di me). Le poesie mistiche circolarono su diversi giornali o in esili libretti. Al 1771 risale, fra l’altro, la pubblicazione anonima sul Dagligt Allehanda di otto meditazioni sui brani evangelici dedicati al Natale. Ancora in forma anomima, nel 1787 diede alle stampe sette poesie sui testi del vangelo relativi al periodo compreso fra la domenica di quinquagesima e la domenica delle palme. Il primo di questi cicli fu pubblicato nel 1780 sottto il titolo di Betraktelser över åtskillige evangeliska texter, på vers författade av Hovsekreteraren Carl Michael Bellman (Meditazioni su diversi testi evangelici, scritte in versi dal Segretario di Corte Carl Michael Bellman). L’ultima raccolta di commenti ai testi delle messe fra il primo avvento e la domenica delle palme fu pubblicata nel 1787 sotto il titolo di Zions Högtid. Av Carl Michael Bellman. Hovsekreterare. Första häftet, (La Festività di Sion di Carl Michael Bellman, Segretario di Corte. Prima parte) previo esame della censura ecclesiastica, accettato da Bellman. La progettata seconda parte restò inedita. In seguito, furono comunque stampate alcune poesie sulla Pasqua.
Le ambizioni riposte da Bellman in questi testi religiosi emergono in una lettera da lui inviata a Gustavo III nel 1784, dalla quale si evince come lo scrittore pregasse il re di esigere dalla cancelleria un provvedimento imponente ai concistori l’acquisto delle meditazioni bellmaniane per adottarle nelle chiese del regno. La richiesta di Bellman fu respinta. Fu invece accolta quella mirante al diritto di pubblicazione per dieci anni, a patto che ne fosse cambiato il titolo. Quello proposto – Il Tempio di Sion – fu infatti giudicato troppo ammicante al Tempio di Bacco, fresco di stampa e potenziale focolaio di associazioni improprie. Bellman accolse la richiesta di modifica, e l’opera fu pubblicata. Deludendo le attese di Bellman – che contava sui lauti incassi connessi al privilegio editoriale – la tiepida accoglienza ottenuta non consentì tuttavia cospicui guadagni.
Le Epistole di Fredman e le Canzoni di Fredman
Il primo concetto delle Epistole di Fredman sorse probabilmente alla fine degli anni Sessanta del Settecento. La plausibilità di una sua derivazione dalle canzoni bibliche o dalle parodie dell’Ordine non fa comunque escludere un’origine meno mediata e più spontanea. L’ingresso nella poesia bellmaniana di Jean Fredman, ex orologiaio di corte stroncato dall’alcol, risale al maggio del 1767, ovvero all’epoca della sua sepoltura. Per l’evento, Bellman compose un’ode funebre – nota come numero 26 delle Canzoni di Fredman, ma più propriamente ascrivibile alla produzione poetica per l’Ordine. L’allusione ad eponimi “brännvinsapostlar” (“apostoli dell’acquavite”) nella prima Epistola scritta dall’autore, la numero 5, ha indotto lo studioso di Bellman Gunnar Hillbom a ritenere che, a quella data, l’idea della raccolta fosse ancora in fase di sviluppo. Ma il ruolo di apostolo sarà presto attribuito a Fredman, propagatore di epistole destinate ai fedeli beoni delle bettole stoccolmesi. Il richiamo alle lettere di Paolo alle congregazioni cristiane sparse nel bacino del Mediterraneo è voluto e intenzionale. Laddove la predicazione della dottrina cristiana si appunta sulla necessità di prepararci alla vita eterna, quella di Fredman mira al piacere dell’attimo, che dobbiamo saper cogliere prima che ci sfugga. Le prime Epistole pullulano di rimandi agli arcaismi della Bibbia di Carlo XII. In seguito, la parodia biblica si attenua progressivamente in favore di una maggiore unità, che conferisce alle Epistole un tono più discorsivo e disteso.
Sulla galleria di ritratti offerta dalle Epistole di Fredman lo sguardo spazia, ma non si smarrisce: nella maggioranza dei casi, gli studiosi di Bellman e di Stoccolma sono infatti riusciti a rintracciarne gli omologhi in personaggi reali. Non è però così che appaiono nelle Epistole, dove si animano di vita propria. In ogni modo, l’universale umanità dei loro gesti e dei loro sussulti ci rimanda nel bene e nel male a noi stessi. Quanto alla poesia, se la produzione ispirata all’Ordine si compiace di quinte dai sentori classici, lo scenario delle Epistole affonda le radici a Stoccolma. Nondimeno, come ben evidenziato dallo studioso di letteratura Lars Lönnroth, il confine tra il mondo delle canzoni dell’Ordine e quello delle Epistole è quanto mai vago. Quando, nell’ultima epistola, dopo una colazione all’aperto, Fredman prende congedo da Ulla Winblad – che, con lui, “D’ogni concento ascolta il suon” – le due ambientazioni sembrano fondersi insieme. Il tempio dell’Epistola 81 non è infatti, secondo Lönnroth, la chiesa di Maria Maddalena a Stoccolma, ma uno dei templi classici tratti dall’universo dell’Ordine.
Le prime cinquanta epistole furono composte con una rapidità stupefacente: in meno di tre anni, se si accetta l’ipotesi di Gunnar Hillbom. In seguito, il ritmo rallentò. Un’ultima tirata si ebbe poi a ridosso della tanto attesa pubblicazione delle Epistole. È possibile che le epistole numero 79, 80 e 81 siano state concepite per fornire all’intera raccolta quel suggello che, invece, essa avrebbe infine ricevuto dalla numero 82, Hwila vid denna källa (Accanto al fonte fresco).
Già nei primi anni Settanta, Bellman chiese l’autorizzazione a pubblicare le Epistole – che nei piani di allora dovevano annoverare cento brani – ma il progetto decadde. Fin dall’inizio Bellman non dubitava comunque dei pregi artistici della propria raccolta, e aveva già avuto modo di constatare il successo riscosso in città soprattutto da alcuni pezzi, conoscendo ben presto un’ampia circolazione in fascicoli sciolti e una solerte trascrizione in antologie poetiche di testi cantati. Nel 1774 Bellman era riuscito ad ottenere un’esclusiva decennale di edizione con i diritti annessi, ma la cedette al proprietario della Regia Stamperia, che non le diede seguito. Nel 1780 il piano fu ripreso dal sovrintendente del Consiglio di Guerra e traduttore Erik Weste, di concerto con il compositore e editore musicale Olof Åhlström. Lo stesso Weste, già in possesso di un’antologia di epistole, poi andata perduta in fase di stampa, riuscì a convincere Åhlström a dedicarsi al progetto editoriale. In fine, in vista della tanto agognata pubblicazione, i testi furono compulsati con cura tra gli altri da Johan Henrik Kellgren, il principale custode, in Svezia, del classicismo francese. Si intervenne sugli aspetti che rischiavano di apparire indecenti, conferendo al ciclo un assetto più unitario. Le modifiche apportate furono radicali, assumendo talora l’estensione di un rifacimento praticamente completo – è il caso, ad esempio, dell’Epistola numero 72. Come Lars Lönnroth ha avuto modo di rilevare, “la reputazione di Bellman, ormai accreditato da tempo quale poeta di corte con i tratti del ‘genio’, non impedì che, di fronte ad opere come questa, si avvertisse ancora la necessità di operare interventi di censura e vigilanza”. Kellgren approntò una prefazione di gusto ditirambico e Weste revisionò le bozze. In una nota iniziale, Bellman scrive di aver verificato la correttezza del testo. L’espunzione di molte parti si accompagnò all’impegno di Bellman nel riscrivere una serie di Epistole componendone di nuove – la 71, la 79, la 81, la 81 e la 82 –, oggi annoverate fra le più belle. Quanto alla musica, vari indizi supportano il carattere originale delle melodie, poiché non si è ancora riusciti a individuare possibili versioni di partenza.
Il 16 ottobre 1790 le Epistole di Fredman erano in vendita a Stoccolma. Quasi esattamente un anno dopo uscì la raccolta delle Canzoni di Fredman, comprendente canzoni bacchiche e dell’Ordine, molte delle parodie bibliche ed altre composizioni, a formare un repertorio complessivo di 65 testi, l’ultimo dei quali rappresentato da una splendida lettera in versi eptametri rivolta all’amico Elis Schröderheim, ma implicitamente dedicata a Gustavo III, in procinto di raggiungere la Russia nel 1777 (benché la stesura fosse già ultimata nel 1775, in occasione della visita riservata alle province dai neoeletti sovrani di Svezia, che, in quel caso, condusse Gustavo III in Finlandia). Secondo la tesi di Gunnar Hillbom, i due libri sarebbero stati concepiti come testo unitario dal titolo Den svenske Anakreon (L’Anacreonte svedese), riecheggiante l’epiteto attribuito a Bellman da Olof Bergklint, anch’egli poeta – epiteto che, se non l’avesse ritenuto riduttivo, Kellgren avrebbe avallato senza riserve nella propria introduzione alle Epistole. Nella compresenza di una prefazione a preludio delle Epistole e di una lunga poesia, ben distinta dalle altre, a chiosa delle Canzoni Gunnar Hillbom ha scorto una scelta improntata a calcolato equilibrio.
La produzione drammaturgica
Il sesto volume dell’edizione normativa raccoglie le opere teatrali di Bellman. In senso stretto, si tratta di una decina di testi – ma non bisogna dimenticare la rilevanza dell’elemento drammatico nelle odi ispirate all’Ordine né il suo ruolo non trascurabile nelle Epistole di Fredman.
I lavori teatrali constano in gran parte di divertissements di estensione più o meno rilevante, contesti in ameno connubio di canti e recitativi. Le prime prove furono rappresentate alla fine degli anni Sessanta presso la famiglia Lissander – è il caso, ad esempio, di Det lyckliga skeppsbrottet (Il naufragio felice), del 1766 – mentre l’esecuzione di una serie di altri drammi ebbe luogo a corte, una ventina di anni dopo. In quel periodo Bellman poteva contare su celebri cantanti d’opera e attori, da lui conosciuti personalmente e ascrivibili alla sua cerchia di amici. Al 1787 risale il breve divertissement intitolato Värdshuset (La Locanda), una commedia degli equivoci d’impronta filo-monarchica. Nel 1790 fu la volta di tre commedie dedicate alla corte: Dramatiska sammankomsten (L’incontro drammatico), Lust-Spel den 17 Julii 1790 (La Commedia del 17 luglio 1790) e Caffehuset (Il Caffè). L’opera che, per comune consenso, risulta ancora degna degli onori del palco, comparendo in scena anche ben dopo la composizione, è senz’altro il bozzetto popolare Mantalsskrifningen (L’iscrizione all’anagrafe), del 1791. La prima dell’opera fu data a corte, nel capodanno del 1791. Bellman compose inoltre una serie di operette buffe e di farse per celebrare il compleanno degli amici, fra cui compare lo scultore Johan Tobias Sergel. Meritevole di menzione è poi la cantata Fiskarstugan (La capanna dei pescatori), rappresentata nel 1792 a casa dell’architetto Erik Palmstedt, con cui l’autore era in confidenza.
Bellman aveva senz’altro la battuta pronta, ma il perno dei divertissements va rintracciato nelle canzoni – tuttora riproposte, con qualche aggiustamento, al pubblico bellmaniano.
La prosa e la lirica d’occasione
In collaborazione con Olof Kexél, anch’egli poeta, Bellman pubblicò un giornale umoristico dal titolo Hwad Behagas? (I Signori desiderano?), uscito nel corso del 1781 in diversi numeri – otto, per l’esattezza.
I giornali del Settecento consistevano spesso in una miscellanea di notizie, resoconti, dibattiti morali, critica letteraria, poesia e racconti in prosa. La forma si prestava bene anche alla parodia, tenuto conto, non da ultimo, di quanto fosse diffusa presso i circoli privati l’usanza di comporre poesie – ed epistole – dai toni umoristici.
Il giornale di Bellman e Kexél constava di racconti d’invenzione in versi e in prosa. Ne fanno cornice i dialoghi intrecciati in un circolo fittizio – “Pro Vino” – i cui protagonisti sono Petter Bredström e Christian Wingmark, già noti al pubblico dalle Epistole di Fredman. Per tale pubblicazione, Bellman trasse spunto dal famoso giornale di Olof von Dalin Then Swänska Argus (L’Argo Svedese), a sua ispirato al foglio inglese The Spectator.
Il repertorio di Hwad Behagas? consiste in una carrellata di spassose storielle dal sapore improbabile e surreale, all’interno della quale trovano posto narrazioni e biografie parodistiche animate dai dialoghi sorti in seno alla società “Pro Vino”.
Tra le opere in prosa di Bellman compare anche la sua autobiografia, con alcune lettere e scritti di vario argomento.
Le poesie dedicate da Bellman ai membri della casa reale, ad amici, mecenati, e così via, occupano sei volumi dell’edizione normativa, a comporre una raccolta di oltre mille poesie. È invalso il parere secondo cui la lirica d’occasione rivestirebbe un interesse marginale rispetto alle Epistole ed alla poesia nata per l’Ordine. Una simile lettura è senz’altro ingiusta. L’innegabile incidenza nelle odi encomiastiche di lodi sperticate dai sentori alquanto frusti non deve infatti oscurare la pregevole perizia formale e gli altri meriti di cui sono portatrici. Non di rado, infatti, lo stesso involucro dei generi più triti è rotto dall’affiorare di accenti personali che lasciano trasparire raggi di rara poesia.
Agli occhi dei contemporanei, Bellman si era imposto anche come poeta encomiastico, titolare per unanime consenso del rango di poeta di corte nella fase del regno di Gustavo III anteriore all’avvento agli scranni più prossimi al monarca di altri giganti della letteratura quali Carl Gustaf af Leopold e Johan Henrik Kellgren, che ne ereditarono il primato in veste di arbitri elegantiarum e membri dell’Accademia di Svezia. Sul fronte stilistico, il panegirico bellmaniano vanta corde che, dalle auliche vette e dagli involuti artifici retorici cari al gusto aristocratico, approdano all’immediatezza di canti libatori adatti ad un pubblico assai più umile.
Per tutto il regno di Gustavo III (1771-1792), Bellman propugnò con vigore le idee del sovrano, di cui si fece bardo e propagandista. Sorretto da un attivismo a cui quasi nulla sfuggiva, si spinse a cantare gli eventi più disparati: dalle riforme politiche promosse dal monarca alle vaccinazioni antivaiolose e alle gambe fratturate toccate in sorte ai membri della casa reale. Bellman è inoltre autore di uno dei primi inni in onore del re, Gustafs skål!, brindisi per re Gustavo composto in occasione del colpo di stato del 19 agosto 1772, nonché della più aulica ode che si apre con i versi “Så lyser din krona nu, Kung Gustaf dubbelt dyr/Och ditt folk nu med tårar till ditt hjärta det flyr” (“O Re Gustavo, il tuo diadema ha duplice fulgor,/Or che nel pianto il popolo si stringe al tuo cuor”).
La professione filo-monarchica non rimase infruttuosa per il poeta Bellman, che dal 1772 poté godere di una pensione reale. Ma la notorietà per l’impegno politico si unì alla fama di intrattenitore, equamente ripartita fra le bettole e i salotti di Stoccolma. Conosceva l’arte di comporre con piglio spontaneo poesie capaci di sedurre in pari grado i borghesi della città e i contadini delle campagne. Mentre i suoi versi monarchici conoscevano la stessa rapida diffusione delle Epistole, Bellman si trovò anche a pubblicare sul giornale gotemburghese Hwad Nytt? Hwad Nytt? (Che c’è di nuovo? Che c’è di nuovo?). Pur senza i crismi dell’ufficialità, la consacrazione di Bellman a poeta di corte procedette quanto meno in forma ufficiosa, tanto che i giornali gli attribuiscono spesso, fra l’altro, l’appellativo di “wår quicke Hof-poët” (“nostro destro poeta di Corte”). Le poesie dedicate a Gustavo III trattano perlopiù questioni d’attualità, ma senza escludere temi di maggiore respiro, quali la guerra e la pace.
Vantaggiosa e istruttiva è poi la lettura di altre liriche d’occasione uscite dalla sua penna, come i versi risalenti al periodo del fidanzamento, l’elegia in morte del piccolo Elis, quella per le esequie della signora Schröderheim, quella sul congedo vespertino di “Movitz” dalla signora Qviding e molte altre prove poetiche.
Per chi intenda saggiare le corde del Bellman poeta ed apprezzare la somma maestria di questo autore nel fondere tradizione e innovazione – forse carpendo anche un barlume della sua schietta umanità – la poesia d’occasione rappresenta una fonte preziosissima.
La poetica di Bellman
Un tratto fondamentale della poetica cui si ispirano le Epistole bellmaniane è la frequenza con cui il poeta si avvale di melodie già conosciute. La rima finale è pressoché sistematica in Bellman, che vi insiste talora per cinque o sei volte, sulla base di una stessa parola. Le variazioni sul tema di cui si compiace giocando sui dettagli di una stanza o di un contesto sono, per così dire, altrettanti pretesti del furor rimandi. Ma l’insieme di questi particolari serve anche a restituire una vivida immagine di quanto è descritto. Colpisce nelle prime Epistole l’abbondanza di allocuzioni rivolte agli astanti: “se!”, “hör!”, “känn!”, “märk!”, “drick!”, “sjung!” (“vedi!”, “ascolta!”, “senti!”, “guarda!”, “bevi!”, “canta!”). Rispetto al pur immediato indicativo presente, l’imperativo coinvolge il lettore nell’azione con maggior vigore. Nella raccolta, l’inquadramento narrativo al passato subentra del resto solo più avanti – come si può notare, ad esempio, dall’Epistola 36. Dapprima frequenti, le allusioni bibliche scemano a loro volta gradualmente – pur restando innegabile la maestria con cui s’insinuano fra le pieghe del testo. Il libro di Mosé (1:9) narra come Noè, prostrato dal vino, giacesse nudo nella tenda – venendo scorto dal figlio che ne riferì ai fratelli Sem e Jafet. Questi ultimi entrarono all’indietro nella tenda, gettando un drappo sulle pudenda paterne. Nell’Epistola 5, Bellman scrive : “Gå baklänges bort, där som nykterhet rår” (“Arretra dov’è che l’astemio suol star”). Come nell’Antico Testamento, l’uomo è equiparato spesso a cenere od ombra.
Dalla mitologia antica discendono invece Venere – spesso presentata nei panni nordici di Frea – e l’indomito figlio Cupido, il dio della guerra Marte e lo psicopompo Caronte, che confondono i loro gesti con quelli degli umani in chiave icastica e metaforica.
Quanto all’amore per la perifrasi – invalso fra i poeti del Settecento, che vi ricorrono abbondantemente a vari fini – Bellman non fa eccezione. Nel lessico delle Epistole, le donne divengono così “figlie” o “schiave” di Frea , la dea di cui “percorrono i campi” – ma anche il letto è “tomba di Frea”. L’incontro con “fratelli”, “uomini” e “simili” di Bacco si svolge del pari nella “stalla”, nella “cucina”, nelle “magioni” e nei “paraggi” di quel nume – ovvero là dove si liba.
Bellman aveva una superba padronanza del verso in voga all’epoca: l’alessandrino, che egli piega a fini parodici nella poesia votata all’Ordine e plasma con magistrale efficacia nelle odi encomiastiche. Trovando spesso voce nei modi di questo metro, il gusto classicistico francese non era compatibile con il registro “pedestre” – né in termini di lessico né di argomento . Una poesia “decorosa” doveva incentrarsi su re ed eroi, sulle loro vite e sulle loro gesta, celebrando insigni personaggi storici degni di fornire al popolo un modello esemplare o proponendo vicende d’amor tragico i cui protagonisti erano figure desunte dalla letteratura antica e dalla sua mitologia.
Ma in veste di poeta dell’Ordine di Bacco, Bellman si affranca da ogni limite. All’epoca, l’effetto comico delle sue trasgressioni stilistiche doveva risultare ben più spinto di quanto oggi si sia in grado di apprezzare. Per infrangere i cliché letterari di quel tempo, un espediente consolidato consisteva nell’introdurre in scena figure popolaresche – come quella del contadino o del servo – nei panni di eroi buffi – ovvero di antieroi –, attribuendo loro parti propriamente destinate ai membri delle classi superiori, ovvero affidando alla loro voce rifarcimenti “pedestri” di arie universalmente note come prove di stile “sublime”.
Gli accenti lirici non sono peraltro estranei a Bellman. Con il testo 32 delle Canzoni di Fredman – Aftonqväde (Canto serale) – egli assurge ad esempio ad una poesia oltre il tempo e lo spazio, le cui strofe, sullo sfondo serotino di un paesaggio arcadico ammantato di sogno, si animano di figure prese in prestito dal mito classico – fra cui, accanto ad altre, spiccano Pan ed Aracne. Lo scenario naturalistico in cui tali presenze si aggirano è però schiettamente svedese, al punto di ospitare, fra anemoni e calendule, un “colono della provincia finnica” e Bellman in persona, che chiude il canto con il verso “Men nu ─ nu somnar jag” (“Ma m’addormento, or”) – ovvero con un tocco realistico non privo di paralleli nella sua opera. A porci in contatto con la varietà della natura sono, fra l’altro, una serie di Epistole (39, 71, 80, 82) e di strofe del Tempio di Bacco che, insieme al testo 64 delle Canzoni di Fredman – dal titolo Fjäriln vingad (Farfalla alata) – abbondano di dettagli botanici in cui riecheggia una prospettiva già nota dagli scritti di Linneo:
Più lento il flutto va, L’albero fremer sa,
D’Ëol al soffiare: Ch’è per noi fronzuto;
Ci ode da riva, qua, Nel verde nido, là,
Mandolin suonare; Non v’è augello muto:
Pallor lunare Ci offre un acuto,
Queta l’acque nel baglior. Mandolini a secondar;
Lillà, giasmini L’estate, arguto,
Danno intorno grati odor; Sparsi sciami a seguitar.
Farfalle verdi e d’or, Il pesce, ch’è in amor,
Soavi, accendon fior; Danza sull’onda ancor:
Dal greto il verme striscerà. Or lieto il giorno sorgerà.
La musica di Bellman
È stato possibile identificare la maggior parte delle melodie di Bellman con famosi brani musicali in voga nella Stoccolma gustaviana. A tale riguardo, il musicologo James Massengale, cui dobbiamo recenti contributi di notevole rilievo, sottolinea la frequenza con cui Bellman arrangiava brani per fini propri, approfittando soprattutto di melodie più che orecchiate e provvedendo di nuovi testi arie celeberrime. Questa tecnica parodica in forma musicale trovò piena espressione nelle farse cantate, adottando un criterio di adattamento ampiamente praticato nei corrispettivi tedeschi e francesi, con numerosi paralleli nella ballad opera inglese del primo Settecento.
Ma, in mano a Bellman, il riciclaggio musicale è anche interno. Le Epistole 42 e 49 (ambientate entrambe nella penisola di Klubben, presso Hägersten) presentano la stessa melodia; le Epistole 25 e 82 condividono in buona sostanza la medesima notazione, distinguendosi soltanto per ritmo e fioriture. La mancata identificazione di alcune melodie non indica necessariamente che Bellman ne sia stato l’autore – ma tale possibilità non può neppure essere esclusa. Si dà comunque per assunta la sua incapacità di redigere partiture scritte. La copia delle Epistole di Fredman dedicata al barone Otto Lillje reca però un’annotazione di pugno di Bellman, che recita testualmente, a margine dell’epistola 25: “Epistola mia”. L’aggiunta potrebbe alludere al fatto che, in questo caso, Bellman si considerasse autore anche della musica.
Se Åhlström – comprovato protagonista di una vertenza giudiziaria sui diritti d’autore relativi a quella musica – negava recisamente la paternità bellmaniana foss’anche di una sola melodia delle Epistole, nella sua prefazione Kellgren ci rende noto come la maggior parte delle Epistole “hafva gift sig tillsammans med förut kände Melodier; andre finnes dock, som erkänna samma Skapare med Versen, och nästan alle hafva mer eller mindre emottagit Skaldens ändringar och förbättringar” (“si sieno giunte in nozze con melodie già note; pur non di manco, ve n’ha d’altre appo cui si ravvisa l’istesso Facitore de’ versi, e tutte, ad un di presso, hanno accolto – qual più, qual meno – il tocco del Poeta, che le cangiò e migliorò”).
Come Bellman procedesse nell’arrangiare la musica cui ricorreva non ci è noto. La trascrizione delle partiture era affidata interamente ad Åhlström. Di molti degli abbellimenti vocali introdotti da Bellman non resta dunque traccia, nonostante le occasionali annotazioni di Åhlström, che riportano qua e là trilli ed altre fioriture. La sua maestria musicale fa comunque di Bellman il probabile autore di diverse melodie. Gli adattamenti cui egli sottopose celebri melodie per meglio armonizzarle ai testi rivelano in effetti un’indiscussa perizia inventiva.
L’ultimo capitolo
Le Epistole di Fredman e le Canzoni di Fredman non conobbero un immediato successo editoriale. La loro pubblicazione non fruttò infatti a Bellman che guadagni irrisori. Ancora assai ricercato nel contesto delle feste private, Bellman si cimentò quindi nel teatro e nella traduzione. Ma, a quanto si dice, l’inesorabile logorarsi della voce lo rese con l’età sempre più restio ad esibirsi in pubblico. Dal periodo intorno al 1789, la signora Helena Qviding entrò tuttavia nella cerchia dei suoi più intimi amici. A lei si sentì di dedicare, negli anni successivi, una nutrita serie di canzoni e poesie.
Nel 1792 la morte del sovrano Gustavo III inferse un durissimo colpo a Bellman e famiglia. Venti anni di panegirici per la casa reale – dedicataria di canti e di versi – gli erano valsi sporadiche ma certe sovvenzioni, elargite brevi manu dal monarca. Senza contare che, fra il 1788 e il 1790, il conflitto finlandese aveva offerto a Carl Michael gli allori del cantore di guerra. All’interno di tale produzione, un posto preminente spetta all’inno in onore della battaglia di Hogland, combattuta il 17 luglio del 1788.
I reggenti insediatisi alla morte di Gustavo III non nutrivano il minimo interesse per Bellman.
Il lusinghiero traguardo segnato nella vita del poeta dall’uscita delle Epistole di Fredman – edite nel 1790 – fu seguito, a quattro anni di distanza, da una catastrofe davvero rovinosa. Nella primavera del 1794 Bellman fu internato per dieci settimane in una segreta del Palazzo Reale di Stoccolma, sfuggendo grazie al titolo di Segretario della Corte Regia alla detenzione ordinaria per gli insolventi.
All’origine dell’arresto era un debito che, per quanto non ingente, Bellman non stato in grado di saldare. Per dirimere la questione, i coniugi Bellman furono posti sotto tutela in vista di un appianamento delle loro disastrate finanze. Il periodo di reclusione minò verosimilmente lo stato fisico di Bellman. Su invito del proprio medico, Anders Blad, Bellman intraprese agli arresti la stesura dell’autobiografia meglio nota come Lefvernesbeskrivning (Descrizione della sua vita). Non ne nacque un volume poderoso e le notizie riportate sono spesso inattendibili, ma la prosa in cui è scritta è tra le più brillanti della letteratura svedese.
Nell’autunno del 1794 la salute di Bellman subì vari contraccolpi. Tuttavia, quell’anno valse all’artista anche l’ultimo successo, ottenuto in una performance privata presso il direttore dell’Opera Rålamb, in occasione della quale seppe muovere il pubblico al riso e al pianto.
All’inizio del nuovo anno fu poi costretto a letto. Morì l’11 febbraio del 1795.
La sepoltura ebbe luogo nel cimitero della chiesa di Klara, senza una lapide. Presso l’uscita di Klarabergsgatan svetta oggi un imponente monumento funebre, sormontato da un medaglione commemorativo in bronzo opera dell’amico Tobias Sergel. La sua erezione fu promossa dall’Accademia di Svezia nel 1851. Che i resti di Bellman riposino entro il recinto è comprovato, benché gli scavi condotti nell’Ottocento rendano ai nostri giorni impossibile decidere il punto esatto in cui sono inumati.
La memoria di Bellman
La poesia bellmaniana fu trasmessa ai posteri per vari canali. Il suo lascito artistico è tuttora custodito dall’Ordine noto come “Par Bricole”. Fin dall’inizio dell’Ottocento, studenti di ogni ordine e grado intonano con entusiasmo le canzoni di Bellman, che hanno mantenuto un ruolo indiscusso nel loro repertorio corale. I canzonieri delle associazioni studentesche comprendono infatti, ancora oggi, brani tratti sia dalle Fredmans Epistlar che dalle Fredmans sånger. Alcuni canti bellmaniani si sono conquistati un posto nella tradizione popolare – è il caso, ad esempio, di Gubben Noak, della ninnananna per il figlio Karl e dell’inno encomiastico Gustafs skål! I cantanti svedesi, danesi e finlandesi che hanno inciso Canzoni ed Epistole sono legione.
Gli araldi del romanticismo ottocentesco videro in Bellman il genio toccato dalla grazia divina, depositario di un’ispirazione direttamente ricevuta da un mondo superiore, che egli, in quanto tale, avrebbe saputo trasporre in versi senza indugio. In seguito, sono stati posti in risalto altri suoi meriti: la verve artistica, l’impegno sociale, il contributo essenziale prestato insieme come custode di un antico retaggio letterario e come innovatore.
La ricerca cominciò a interessarsi attivamente di Bellman e della sua poesia già sul fare dell’Ottocento. Il Novecento ha conosciuto il fiorire di studi dedicati alla critica testuale di portata più o meno estesa. L’edizione normativa dell’Associazione di Bellman e la serie dei Bellmansstudier (Studi bellmaniani) ne rappresentano la pietra portante.
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo sono apparse varie tesi di dottorato – cui altre, come tutto lascia intendere, faranno seguito.
A Göteborg è stata messa a punto una lista di concordanze comprendente l’intera produzione poetica di Bellman.
Nonostante l’uscita di numerose opere di carattere biografico, manca ancora in tal senso un lavoro sistematico, di rilevanza comparabile a quella tributata alla vita di molti altri giganti della poesia svedese.
La centralità di Bellman in ambito letterario è cresciuta nel tempo. La sua figura riecheggia in poesie e canzoni, nelle arti visive e narrative. La sua influenza si riverbera in molti autori – non solo in Svezia, ma anche in Finlandia, in Danimarca e altrove.
L’immortalità di Bellman, sperimentata subito dopo lo spegnersi del suo corpo, trova piena conferma in una pletora di vestigia posteriori.

















